Racconti

Era una domenica assolata

23 Nov , 2017  

di Alberto Nardecchia

Era una domenica assolata, solito appuntamento con i ragazzi del quartiere all’ippodromo. Già potevamo fare vere partitelle (erano una ventina). Ma per quanto stavo attento c’era sempre qualcuno che sventolava mazze qua e la, in più le sorelle degli stessi ragazzi mi chiedevano di farle provare, non sapevo più dove pararmi. Quando all’improvviso mi si avvicinò un signore, sceso dalla bici, mi disse “credo che ti serve una mano…”. Romualdo Signori ha smesso di andare in bici e si è dedicato al baseball.

Più il tempo passava, più difficoltà avevamo con  l’ippodromo (ci chiudevano il passaggio, ma i ragazzi lo riaprivano), casa base di legno, per il fuoricampo Aldo si inventò delle bandierine (campionari di stoffa su tondini, quelli che adoperava per fare lampadari).      

  

I primi tornei li facemmo con queste magliette che ci erano state donate dai colleghi di lavoro della Siemens Telecomunicazioni. Le maschere dei ricevitori erano di Aldo e mia madre (sarta) ci faceva le imbottiture. Con il campo così precario, già ci eravamo mossi nelle ricerche di un posto adeguato.

Facemmo una colletta andando casa per casa nei 116 appartamenti. Con quella raccolta si spianò un terreno adiacente i nostri palazzi (campo di calcio, ma soprattutto uno per noi, “quelli der baseball”). Essendo stato un campo discarica di calcinacci, ci son voluti mesi per togliere chiodi e vetri che il terreno ci riportava in superficie. Per rifinire la parte del fuoricampo ci portarono 14 camion di pozzolana, spianati con pale e rastrelli. Iniziarono i primi campionati. Ma i lavori erano perenni. Ora i pali 11 metri dietro casa base, ora le panchine, ora il fuoricampo, il tabellone segna punti. Le palline le portavo a casa le ricucivo con uno spago cerato (eterno era quello dei cavi telefonici). Avendo coinvolto altre persone che ci seguivano, due volte a settimana si andava alla FIBS per il corso da allenatori, per sei mesi.